
Una guida racconta
Gli Olivi Patriarchi
Il racconto di chi accompagna ogni giorno i visitatori tra gli oliveti secolari di San Giacomo e la Masseria Mandola Lena.
Il progetto Oliveti Ritrovati
Il progetto “Oliveti Ritrovati” nasce per far conoscere il ricco patrimonio olivicolo italiano, in particolare quello materano, a visitatori italiani e stranieri, offrendo loro un'esperienza immersiva negli oliveti.
Da “Oliveti Ritrovati” nasce “Percorsi Ritrovati”, l'iniziativa turistica che porta in primo piano le tradizioni agricole che le nostre famiglie hanno custodito e tramandato per generazioni: la vera storia di questo territorio.
L'oliveto di San Giacomo e il Patriarca
L'oliveto di San Giacomo, vicino Matera, è composto da 92 alberi, 25 dei quali ereditati da mio nonno. Abbiamo preso in gestione gli altri, abbandonati, fondando la comunità Slow Food “Oliveti Ritrovati”. Alberi con almeno 200 anni di storia.
Ci troviamo all'ombra del “Patriarca”, un olivo maestoso lasciato quasi alla sua forma naturale. Un albero vicino, potato con la tecnica del “vaso policonico” un anno e mezzo fa, mostra invece foglie più vitali: la potatura lascia entrare la luce, favorendo la fotosintesi e allontanando parassiti e malattie.
L'olivo ha anche un ruolo ecologico: il suo lento accrescimento lo rende un deposito di sostanza organica e carbonio, trattenendo ciò che altrimenti finirebbe in atmosfera.
Il suolo, le orchidee, la degustazione
Non lavoriamo il suolo: le erbe spontanee crescono libere, vengono trinciate insieme ai residui di potatura e formano una coperta organica che arricchisce la terra senza bisogno di concimazione esterna.
Su questa striscia di terreno sono comparse cinque specie diverse di orchidee spontanee: un indicatore di biodiversità, anche microbica, che lavora nel suolo senza che si veda a occhio nudo.
Sotto l'olivo allestiamo un tavolino per degustare il nostro olio su una fetta di pane di Matera, con foglie di origano fresco. L'olio da olive vere è amaro: diffidate degli oli dolci.
Masseria Mandola Lena
A pochi chilometri da Matera, in contrada Mandola Lena, un'area storicamente investita a oliveti. Qui sorge la cappella di Sant'Isidoro, santo spagnolo protettore degli agricoltori, raffigurato in abiti da contadino accanto ai buoi.
Sopra la porta si legge la data 1802 e l'iscrizione latina “HEC EST DOMUS OMNI” (“questa è la casa di tutti”); sopra la finestra, in italiano antico, “QUI NON SI GODE ASILE”. Due messaggi opposti che raccontano insieme l'accoglienza della comunità religiosa e il timore, radicato nelle campagne di allora, verso i furti di bestiame.
La masseria fortificata, con gli edifici disposti in circolo e un unico grande portone, reca sull'arco d'ingresso la data 1822: vent'anni dopo la cappella, segno che la comunità religiosa precedette l'attività produttiva.
La Gravina e la cripta rupestre
Di fronte, la Gravina: un canyon scavato in milioni di anni dall'acqua piovana nella calcarenite, roccia di origine marina in cui si trovano ancora fossili e conchiglie.
Sul versante opposto, aperture scavate nella roccia: rifugi di comunità religiose cristiane giunte dall'Est Europa cinque o sei secoli fa, che vivevano di agricoltura e raccolta.
Entriamo in una cripta scavata a mano: la porta reca il graffito di una croce sul Golgota; una nicchia intonacata segna la cappella; il soffitto annerito dal fumo rivela il focolare comune; la stalla accanto scaldava l'ambiente.
Su una parete, la data 1637 e la scritta IHS (“Iesus Homini Salvator”). Nella cornice, un'iscrizione latina enigmatica: “INCIPIENS ALIQUID FINIS? CO(N)SIDERET… ATE” — chi comincia qualcosa non trascuri il suo fine. Un invito, quattro secoli fa, a vivere in armonia con gli altri e con la natura, perché la vita è breve.
La Cialledda
Il piatto tipico materano per eccellenza, nato dalla povertà assoluta dei rioni Sassi fino agli anni '50: il pane raffermo, mai buttato, bagnato e riutilizzato con pomodoro, cetriolo, origano e olio.
Una leggenda vuole che il nome derivi da “cialliddare”, chiacchierare: il gesto delle massaie materane che preparavano insieme questo piatto nei vicoli dei Sassi.